Il signor Buvatto pensò che una cosa che gli piaceva fare da morto era decomporsi.
Non che sia una gran cosa, diciamoci la verità, però è l’unica attività che uno può svolgere da morto e il signor Buvatto pensò che gli conveniva farsela piacere. E poi, in fondo, pensò che non era una brutta cosa: è un rendere alla natura i propri componenti in modo che proseguano nel girotondo delle vite e delle morti in piante, animali e roba varia. Così un atomo di carbonio prosegue la sua esistenza nel ramo di un ciliegio, un granello di calcio passa dal suo femore a un palazzetto dello sport, magari uno spicciolino di magnesio viaggerà come lui non ha mai fatto e andrà a costruire una spiaggia tropicale come lui non ha mai visto, eccetera.
Certo – pensò il signor Buvatto – tutto questo è più difficile dentro questo scatolone sigillato di zinco, messo nella scatola cinese di una cassa di legno artisticamente intagliata e con le maniglie di bronzo, e dentro un’ancor più grande scatola di muratura.
Ma al signor Buvatto piacciono le sfide; e poi ha tutto il tempo del mondo.
