Gente di liczin

   Personaggi immaginari per descrivere la realtà. (spin off del blog liczin)

 



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Nota - Questi racconti sono ispirati alla realtà: solo nomi, fatti, luoghi e personaggi sono inventati.
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venerdì, 30 ottobre 2009
 

Confessione

Non ha avuto esitazioni a costituirsi il signor Marsalato: “Mi ha convinto lui.”
Il capitano Ungaro continuava a scambiare sguardi perplessi con l’appuntato Fargo: “Lui… vuole dire la vittima?”
“Sì, Carlo.”
“Suo figlio…”
“Sì, mio figlio Carlo.”
Il capitano Ungaro si tirò per l’ennesima volta sulla sedia, non si capacitava.
“Vede capitano, dapprima anch’io ero come lei, non mi rendevo conto, ma poi il ragionamento fila.”
“Capirà che si parla di omicidio.”
“Sì, e in effetti lui mi parlava di un barbone, di qualcuno inutile alla società, di cui nessuno sentisse la mancanza…”
“Riprendiamo tutto dall’inizio, se non le spiace.”
“Si figuri, capisco benissimo. Vede, io sono vecchio e con la mia pensione, sia pure dopo quarantanove anni di lavoro, non mi posso mantenere da solo e la retta delle case di riposo non me le posso certo permettere.”
“Ma lei ha una casa sua.”
“Ma alla mia età, da solo… e una badante non me la posso certo pagare. Mi ci vorrebbe una moglie giovane…” ridacchia, il signor Marsalato. “Ma a sposare una donna perché mi faccia da governante proprio mi sentirei un ignobile sfruttatore.”
Il capitano sorrise a mezza bocca.
“Io sono una persona tranquilla, mi basta un quotidiano, un libro, tutt’al più un telegiornale o un film in televisione. La televisione c’è in carcere, no?”
“Sì, in genere.”
“E allora se guarda bene la vita in carcere non è tanto diversa da quella che farei in una casa di riposo. Non posso uscire? Alla fin fine, anche da una ‘Villa Fiorita’ qualsiasi quante volte uscirei?
Mentre mi spiegava questo, Carlo, io capivo che aveva ragione. E in effetti si sarebbero presi cura di me, che non richiedo molto: mi basta un po’ di cibo caldo, una chiacchiera nell’ora d’aria, molto poco. E poi, sa, per ora sto bene, ma un domani avessi bisogno d’aiuto: è rassicurante sapere che in caso di emergenza posso contare su un’infermeria, un medico.”
“Ma è per questo che ha ucciso suo figlio.”
“Sì. Un figlio che cerca di convincere il padre ad uccidere un innocente per farsi dare l’ergastolo e togliersi dalle palle (mi scusi la volgarità, ma…) forse forse se lo merita anche un po’. E d’altra parte aveva ragione: un ergastolo per me non è poi questo gran male.”
Il capitano Ungaro si grattò la nuca, l’appuntato Fargo finì di ticchettare il verbale sulla tastiera e si fermò in attesa del resto.
“Signor Marsalato, comprenderà che è non è semplice…”
“Capisco, ma il ragionamento fila. Vuole che ricominci da capo? Non c’è problema, io ho tutto il tempo che vuole…”
postato da liczin | 10:28 | commenti (1)


martedì, 27 ottobre 2009
 

Dopo una vita di lavoro

Il signor Drenbusch non vedeva l’ora di andare in pensione per potersi dedicare in santa pace al suo hobby: tagliarsi le unghie dei piedi.
postato da liczin | 01:04 | commenti (2)


lunedì, 26 ottobre 2009
 

Amori difficili

La signorina Bice ogni giorno, due volte al giorno, spia dalla finestra il passaggio del signor Walter: alle 8.05 e alle 16.45. Non sa trattenersi dal vederlo.
Ogni giorno, due volte al giorno, il signor Walter sa che da dietro la tenda la signorina Bice lo spia mentre passa. Ma non alza mai lo sguardo a cercare gli occhi su di lui, perché se non li trovasse si sentirebbe perduto.
postato da liczin | 10:47 | commenti


martedì, 20 ottobre 2009
 

Cliente Abituale

Di sportelli ce ne sarebbero sei, ma aperti sono sempre solo due: il 3 e il 5; altri impiegati si vedono ma indaffarati.
Il signor Frusk quando entra saluta tutti a gran voce, tutti insieme e singolarmente: forse lo fa per esser loro simpatico e non si sa mai può tornare utile per dei favori, ma secondo me semplicemente ci gode a far sapere a tutti i clienti in coda che lui non è un cliente qualsiasi, ma è un cliente abituale, che va lì quasi tutti i giorni.
Gli piace scambiare due battute con l’impiegato del 5 (Gianni, pare si chiami), facendo come se tutti gli altri clienti fossero ectoplasmi semitrasparenti. C’è una certa voluttà nel gesto studiatamente disinvolto con cui poggia i suoi fogli sul banco quand’è il suo turno, mentre parla con un altro impiegato, dietro (perché sia chiaro che sono tutti amici suoi, proprio tutta la filiale).
E come gli piace chiacchierare con l’impiegata, facendo lo spiritoso e facendo aspettare chi gli è dietro per il doppio del tempo.
Ma già, per così poco gliela lascio godere in pace questa gloria d’essere Cliente Abituale in mezzo ai clienti normali, forse l’unica gloria che ha; praticamente tutti i giorni.
postato da liczin | 15:51 | commenti


lunedì, 19 ottobre 2009
 

Degrado

In una città elegante come Quinizia, nota in tutto il mondo come simbolo di bellezza, il minimo che si potesse fare sono le Ronde del Buongusto.
Nei primi tempi fioccarono le multe alle passanti spettinate, ai turisti in bermuda a fiori coi calzini e i sandali, a chi si scaccolava al semaforo.
Poi i cittadini si fecero più attenti, gli alberghi e le guide turistiche cominciarono a fare consulenze (e alcuni operatori cominciarono a togliere Quinizia dai loro programmi). Le infrazioni contestate cominciarono a farsi più sottili: si videro multe per un viola accostato a un rosso, righe e pois, cravatte che facevano a pugni con la camicia, e poi parole ineleganti, barzellette di cattivo gusto, nasi troppo adunchi, denti soprammessi, risate sguaiate.
Poi le Ronde del Buongusto cominciarono a discutere fra loro: i panni stesi alle finestre, o le grida del mercato erano volgari o pittoresche? La stola era fuori moda o vintage? Il leopardato andava considerato elegante se griffato? Lo stesso vestito andava considerato diversamente se addosso ad un ventenne palestrato o ad un commendatore con la pancia?
Finì che nessuno più aveva il coraggio di stare a Quinizia, le Ronde si multavano tra loro per giustificare la loro esistenza, gli abitanti si erano tutti trasferiti nella “new town” di Quinizia 2 (nata in origine come ricovero/ghetto per i barboni sfollati), dove si poteva ruttare per la strada, portare i calzini turchese e, vivaddio, vivere.
postato da liczin | 10:25 | commenti (6)


martedì, 13 ottobre 2009
 

La sicurezza del pacchetto

Il giovane Berto non aveva mai capito tanto la relazione fra la sicurezza e il reato di immigrazione clandestina, ma non si era mai fatto troppe domande.
Poi quel mercoledì sera (non di coppa) al bar con Ezio e Filippo (detto “soldatino” dall’età di sette anni, chissà poi perché) gli venne in mente la relazione. Gnocca niente (come al solito), al biliardo inutile giocare con Soldatino perché era troppo pippa, Ezio stava tutto il tempo a giocare a poker con la PSP ed era di compagnia come il poster del Milan; Vianello, il barista, stava nel retro con la sua collezione di Supersex rari. Insomma una palla che non finiva più: la solita serata palla come mille altre. Fu quel mercoledì non di coppa che a Berto saltò in testa l’idea: “Andiamo a menare Abdul.”
Abdul era un pizzaiolo al nero, senza permesso di soggiorno (con un permesso turistico scaduto quando ancora c’erano le lire).
“Ma sei scemo?” disse Ezio senza sollevare la testa dal piccolo video.
“Non rischiamo niente. Andiamo all'uscita della pizzeria: lo picchiamo un po’, ci divertiamo, magari gli freghiamo i soldi che c'ha in tasca e buonanotte. Lui è clandestino e non gli conviene denunciarci sennò lo arrestano, non gli conviene neanche andare al pronto soccorso.”
“Ma sei sicuro?”
“Sicuro.”
postato da liczin | 15:19 | commenti (2)


lunedì, 12 ottobre 2009
 

Fuoco

La tribù Vahu (che poi vuol dire “persone, umanità” perché non hanno mai visto altri che loro, e se ne vedessero altri li chiamerebbero probabilmente “non Vahu”) abita in un insieme di caverne a mezza costa della montagna Amma (che vuol dire “mondo”, dato che conoscono solo quella).

I capi delle famiglie Vahu più influenti sono riuniti a discutere di Disso, un tipo violento e attaccabrighe che vuole accendere il fuoco all’imboccatura della sua caverna.

I capi sono sospettosi: Disso col fuoco potrebbe fare le pallottole di pece, che sono un’arma troppo distruttiva per i Vahu. Finché si regolano le liti tra famiglie a bastonate e con i coltelli (magari con qualche morto fra i bambini e i cugini che non c’entrano niente, chiamati “kìssene”, che potremmo tradurre come “danni collaterali”) va tutto bene, ma lanciare le pallottole infuocate è troppo: si stermina un sacco di gente tutta insieme e poi l’incendio è difficile da domare.

Prende la parola Rido, che non ne avrebbe diritto ma è lì casualmente.

“Scusate, ma molti di noi hanno il fuoco all’imboccatura della propria caverna: ci cuociono il cibo, ci si scaldano, ci si difendono dai puma, ecc. Alcuni di noi hanno anche pallottole di pece pronte e non ne fanno mistero, e il vecchio Hus che è tra i più influenti di noi in passato le ha anche usate contro la famiglia Nip facendo strage. Con che diritto possiamo dire noi a chicchessia se può o non può avere il fuoco davanti alla sua caverna? Con quale autorità possiamo noi autorizzare o meno le famiglie a preparare le pallottole di pece? Lo sappiamo che Disso è un tipaccio, ma da un punto di vista squisitamente logico-giuridico, come giustifichiamo questo diritto che ci arroghiamo?”

Gli altri si guardano l’un l’altro, c’è dell’imbarazzo, poi prende la parola l’anziano Grobbo: “Ehm, Rido, tu sei inesperto e certe cose evidentemente non le capisci. Innanzi tutto le pallottole infuocate sono un’arma disumana e noi stessi che ce l’abbiamo proponiamo continuamente di ridurne il numero; poi il diritto ce l’abbiamo perché siamo più forti militarmente (abbiamo bastoni e coltelli e li usiamo contro i violenti), economicamente (controlliamo il mercato) e soprattutto siamo trogloditi, cavernicoli e parole come “logico”, “giuridico”, ecc. non sappiamo neanche cosa vogliano dire. Quindi accomodati fuori, lasciaci fare e non rompere i cosiddetti…”

postato da liczin | 10:12 | commenti (3)


martedì, 06 ottobre 2009
 

Assenze

Sasha andò in fondo al mondo: il posto più lontano che trovò, il più solitario.

Voleva stare lontano da tutti e da tutto, anche (e soprattutto) da sé stesso.

Non avrebbe sopportato le facce di circostanza, le frasi fatte, gli sguardi ipocriti, i fiori obbligatori.

C’era lui e c’era un dolore senza fine, e non c’era posto per nient’altro.

 

“Hai visto Sasha? Non c’era neanche, al funerale di suo padre…”

postato da liczin | 13:51 | commenti (2)