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martedì, 30 dicembre 2008
In coda in autostrada, o per essere più precisi all’autogrill, ci sono quattro vacanzieri.
Il primo è Agostino Salvamento, che paga solo un caffè: non va in vacanza ma a casa: lavora in un cantiere autostradale fra Firenze e Bologna e torna a casa più o meno una volta ogni tre settimane; per il resto sta in un agglomerato di stanze-container accanto ai cumuli di ghiaia. Se è in vacanza lui lo è chiunque non dorma in fabbrica.
Il secondo è Marzio Zampaglia, che paga tre schiacciatine, due aranciate, due caffè, un pupazzetto e due pacchetti di sigarette: lui starebbe a casa sua, ma la moglie ci tiene tanto a tornare dai genitori quando c’è qualche giorno, ché sennò la bambina non vede mai i nonni. Andare ospite dai suoceri non è la sua idea di vacanza (e neanche quella degli albergatori).
La terza è Sarah (con l’acca) Garbino, che ha preso un primo e mezza acqua, e un biglietto della lotteria vah: non so perché è in giro, ma dal muso lungo che ha tutto sembra meno che in vacanza (andrà a un funerale?); la sua vacanza deriva dal fatto che è finita la sua supplenza in una scuola privata e adesso è vacante.
Il quarto è il signor Bramballone, due cene che commenta anche buone (ma non distingue il Barolo dal Tavernello), un cd col meglio di Biagio Antonacci e l’ultimo libro di Faletti: lui sì che è in vacanza, in un agriturismo che ha preso intero con un gruppo di amici, e indicando la coda a sua moglie dice “Dicono la crisi, e poi guarda: alle vacanze non rinuncia nessuno!”
sabato, 27 dicembre 2008
Jessica non avrà vita facile, qui al paese di Carmelo.
Una che ha il cognome della madre, e che il padre…
Vaglielo a spiegare che è una figlia di puttana per motivi fiscali: che il padre non l’ha riconosciuta solo perché potesse mantenere la cittadinanza sanmarinese della madre. Per pagare meno tasse.
Sempre figlia di puttana la chiameranno.
E invece i figli di puttana sono i suoi genitori.
martedì, 23 dicembre 2008
Il vecchio signor Cuccurullo ha un matrimonio. Non il suo, ma quello di una bisnipote, che lui farebbe volentieri a meno di andare (con tutti quei parenti che sembrano sorprendersi sempre che è sempre vivo), però per una rete di obblighi e doveri gli tocca di andare. E gli tocca comprarsi un vestito nuovo, perché il suo vestito “buono” comincia a non stargli più (lui se lo metterebbe lo stesso, ma la figlia insiste che con l’occasione…).
Al negozio a trenta metri da casa del signor Cuccurullo un abito “buono” viene a costare un tot, diciamo 600 euro. Ma hanno aperto un outlet, e all’outlet si risparmia (lo sanno tutti).
Viaggio del signor Cuccurullo e la figlia Enza: un’ora e un quarto e circa 15 euro (fra autostrada, carburante, ecc.)
Giro per il vasto parcheggio: venti minuti.
Acquisto del vestito buono con grande risparmio: 380 euro (un’ora e tre quarti per sceglierlo).
Acquisti vari (ché conviene, visto che ci siamo): camicetta, sciarpa, portafoglio, gonna, e un giubbotto per il nipote di Enza, 327 euro (e un’altra oretta).
Ritorno a casa: altri 15 euro per un’altra ora e un quarto.
Calcolando che Enza fa l’artigiana e il suo lavoro lo fattura 25 euro l’ora (e senza considerare il tempo del signor Cuccurullo), il vestito è costato (15+380+327+15+25x5h35) 876,58 euro. Bel risparmio dell’avolo.
lunedì, 15 dicembre 2008
Il signor Muezzino sta per essere sottoposto ad un intervento chirurgico. Ma la sua preoccupazione non è l’intervento. Non è neanche di non risvegliarsi dall’anestesia. La sua preoccupazione è che nel dormiveglia indotto possa dire qualcosa di spiacevole, di offensivo, di brutto. Sa che può capitare.
Ecco, la sua preoccupazione è questa.
sabato, 13 dicembre 2008
Come un po’ tutti i quarantenni abbandonati dalla moglie Livio si disse “oh beh, sono ancora un uomo, e non ancora da buttare via. Mi darò al sesso casuale, cambiando una donna a notte, scopando fino a consumarmelo.”
Poi, come un po’ tutti quelli che fanno questi discorsi non combinò granché: provò in un locale dove si diceva andavano le tardone a rimorchiare, ma di tardone ce n’erano poche, ben poco attraenti, e preferivano quelli più giovani. Provò a pagamento, con tale Lilly che chissà da dove veniva e con cui fece l’errore di scambiare due chiacchiere: gli raccontò una storia deprimente di deportazione col miraggio di fare la serva, di ricatti, di minacce al figlio lontano “E c’è chi le chiamava donnine allegre…”. Provò a frequentare luoghi, corsi, mostre. Niente.
Finchè si disse “oh beh, non ci sono tagliato” e si rassegnò, e accanto a lui si accorse di Lucia.
mercoledì, 10 dicembre 2008
Per il commendator Tignato la cosa peggiore dello stare in ospedale sono le visite. Gente che non vorrebbe mai vedere (tanto meno in quelle condizioni, in un letto stropicciato e stropicciato egli stesso, coi sondini e la flebo), che viene per puro dovere e non vede l’ora di andare via, a fare quella vuota conversazione che odia.
Il commendator Tignato vorrebbe solo soffrire in pace.
mercoledì, 03 dicembre 2008
Era ritenuto un bravo attore.
Finché ci si accorse che non recitava davvero: fingeva solamente di farlo.
lunedì, 01 dicembre 2008
Di tutte le obiezioni alla Social Card, quella sul fatto che sarebbe una sorta di “gogna” pubblica mi pare la meno convincente. Essere poveri non è una vergogna. Lo dimostra la signora Vera Santapasqua convivente dell’antiquario di via Lunga, che non ha il minimo imbarazzo a non pagare il ticket con un’esenzione per reddito.
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