Al ventiseiesimo della ripresa il signor Ninuzzo Portone non si alzò con gli altri. Improvvisamente aveva visto che la “sua” squadra era una società per azioni quotata in borsa, che i giocatori in campo avrebbero giocato ugualmente con qualunque maglia, e che in fondo a lui che “quella gente” vincesse o perdesse non gliene fregava niente.
E forse neanche a loro.
Rimase lì, seduto e fermo, fino al triplo fischio del novantatreesimo, e anche dopo. Fu tra gli ultimi a lasciare lo stadio.
Quando uno fa un mestiere del genere non è che tutte le ciambelle gli riescano col buco.
Quando sviluppi personalità per androidi della quarta generazione non è che tutte vengano buone.
Così il dottor Baltizan aveva un cassetto pieno di personalità che mai la Electman Inc. avrebbe installato in un androide e mandato in giro.
Piastre di scarto che ogni tanto il dottor Baltizan si rigirava tra le mani, come se andasse a trovare dei vecchi amici un po’ strani. Il professor Penzacchioni, reso sordo dal proprio egoismometro; il commendator Bibi, che voleva brevettare la primavera; la signora Gertalda, che andava in bicicletta sul marciapiede perché “la strada è troppo pericolosa”; l’aspirante conduttore Umbolo; l’imitatore che non si ricordava più la sua voce; la dottoressa Jannachinelli Belterame Singullo; il pilota motociclista cieco; la soubrette bellissima ma con quattro braccia; il ragionier Nerelli, che credeva di essere il messia e faceva i miracoli davvero; l’assassino innocente e molti, molti altri.
E un giorno trovò la sua di piastre, quella del dottor Baltizan che sviluppava personalità, e la buttò con le altre nel cassetto.
Esterno giorno: siamo io, “Robinùd”, “Mazzaferrata” e Ugo detto “Abbaino magico” col cane, seduti sugli scalini della chiesa con un gelato e un succo di frutta a parlare del nostro futuro professionale.
La nostra carriera di topi d’appartamento è a una svolta.
“Hai sentito? Un altro stanotte a Fucecchio, vicino a Firenze.”
“Eh sì, le cose non sono più come una volta: ora tocca portare le pistole, quelle vere. E sparare per primi.”
Era un pittore che amava fare ritratti, ma a modo suo. Cambiava i tratti, la forma del viso, il colore degli occhi, il taglio della bocca, i capelli, lo sfondo, le linee, le ombre, tutto. E però il ritratto risultava somigliante più di una fotografia.
Perché a volte la realtà si vede meglio se attraverso la fantasia.
In via del tutto sperimentale, poi si vedrà, ho creato quest’altro blog per la serie dei “compagni di scuola”, per non creare confusione coi post di qui. Non sono sicuro di riuscire a gestire due blog. Mah.
Intanto “spin off del blog liczin” mi pare una buffa serie di monosillabi che finiscono in consonante.